The Furmentù Espiriens

The Furmentù Espiriens

 

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TESTI e TRADUZIONI

Quello che state ascoltando è un disco fatto in casa con strumenti artigianali. Si tratta di traduzioni e adattamenti di brani stranieri nel dialetto parlato a Volta Mantovana. In queste pagine ci sono i testi in dialetto e la loro traduzione in italiano, oltre a qualche nota a margine e ad alcune indicazioni sulle versioni originali.
Noi ci siamo divertiti a farlo. Se voi vi divertite ad ascoltarlo, siam pari.

1- Bankrobber   [Bankrobber - The Clash]
2- Tango del füneràl     [Tango funèbre - Jacques Brel]
3- Polka del simitére    [Cemetery Polka - Tom Waits]
4- Gna culpa gna pecà    [Innocent when you dream - Tom Waits]
5- Per piasér, Siura Toni [Please, Mrs. Henry - Bob Dylan]
6- A scöla    [What did you learn in school - Tom Paxton]
7- El gat l’è turnà   [The cat came back - Harry S. Miller]
8- En del vialù     [In the neighborhood - Tom Waits]
9- La Franca del Furèst   [Sally MacLennane - The Pogues]
10- El vént    [Le vent - Georges Brassens]

Hanno suonato
Michele Mari – chitarra (3-4-5-6-8-10), mandolino (1-2-6), banjo (6-7), armonica (6)
Omar Ferlini – pianoforte, organo e tastiera (tutte le tracce), chitarra (7)
Lorenzo Bertolini – chitarra (1-2-7-9), mandolino (3), ukulele (4), chitarra elettrica (5), batteria (5-6), basso (5), sax (8), cori
Matteo Vagni – percussioni (6)
registrato e prodotto artigianalmente.

Sei un feticista dell’oggetto CD? Scarica tutto il disco, all’interno trovi il PDF per costruirti da solo la tua custodia. E’ tutto gratis, quindi poche fole, fratello.

Una nuova legge elettorale

Una nuova legge elettorale

Una nuova legge elettorale

dal Voltapagina di Marzo 2013

Gentile direttore di Voltapagina,
vorrei proporre dalle pagine di questo giornale una nuova legge elettorale per garantire in futuro la governabilità dell’Italia. Già avevo proposto una riforma per uscire dalla crisi e non sono stato ascoltato, con le nefaste conseguenze che avete tutti sotto gli occhi. Quindi, io se fossi in voi mi darei retta.
È chiaro che per governare saldamente il paese serve la maggioranza assoluta sia alla Camera sia al Senato: per essere sicuri che questo avvenga ad ogni tornata elettorale, è di fondamentale importanza che dopo le elezioni i gruppi parlamentari si diano appuntamento al Circo Massimo e da lì partano di corsa a seconda del ramo di appartenenza alla volta o della Camera o del Senato.
Una volta che sarà entrato di corsa a palazzo Montecitorio e a palazzo Madama un numero di parlamentari tale da garantire il numero legale, questi si barricheranno vivi nell’emiciclo, lasceranno passare due giorni mentre gli altri busseranno insistentemente contro il muro, infine si conteranno. Ovviamente saranno rimasti solo i parlamentari più giovani e aitanti. Se nessuno dei gruppi parlamentari avrà raggiunto la maggioranza assoluta, il gruppo che si trova ad avere la maggioranza relativa potrà far calare dalle finestre un numero congruo di propri rappresentanti al fine di poter governare con stabilità, nel nome del ricambio generazionale e della riduzione del numero dei deputati.
Nel caso in cui Camera e Senato presentino due maggioranze diverse si potrà procedere con la seconda fase di selezione, che consisterà nella tortura medievale dell’Autogrill: il buffet dei palazzi di governo verrà rifornito di sola Rustichella finché non venga a verificarsi un numero di ricoveri forzati o decessi tale da garantire una maggioranza.
Questa è la parte di riforma che riguarda il passaggio tra l’esito delle urne e la formazione di un governo. Ma l’altro grosso problema della democrazia italiana sono gli italiani che votano. Il principio, assai democratico ma dagli esiti spesso disastrosi, che tutti hanno diritto di voto e che ogni voto ha lo stesso valore ha causato a mio avviso abbastanza danni. Il voto di una persona intelligente, formata e informata non può valere quanto quello di uno che guarda Pomeriggio Cinque. Purtroppo, sarebbe una sorta di abuso di potere concedere il diritto di voto solo a chi non guarda Pomeriggio Cinque; e sarebbe comunque puro arbitrio scegliere di escludere chi guarda Pomeriggio Cinque e permettere di votare a chi guarda L’Isola dei Famosi.
Pertanto nella mia proposta di legge elettorale la soluzione è tanto banale quanto efficace: esprimere il proprio voto dovrà essere un’operazione sommamente complessa.
Ogni elettore dovrà recarsi alle urne e ritirare il libretto di istruzioni per il voto, un corposo manualetto di una cinquantina di pagine. Una volta mandate a mente le istruzioni, l’elettore andrà dal Presidente del proprio seggio che gli consegnerà la propria matita copiativa, un pacco dell’Ikea, la scheda e la mappa con le indicazioni su dove costruire la propria cabina elettorale (a una distanza di almeno seicento metri dal seggio e preferibilmente sopra una pianta ad alto fusto). Nessuno dei componenti del seggio potrà dare indicazioni. Nel segreto della propria cabina, peraltro costruita con grande soddisfazione dal medesimo, l’elettore dovrà esprimere il proprio voto e indicare la propria preferenza traslitterando il nome del candidato prescelto in cirillico. Infine la scheda dovrà essere ripiegata fino ad ottenere l’origami di un tricheco. La cabina dovrà essere smontata e riconsegnata al Presidente del seggio.
Solo chi riuscirà ad interpretare ed eseguire correttamente tutte queste operazioni, illustrate nel manuale, avrà espresso un voto valido: il diritto di voto sarà sì garantito a tutti, ma solo chi si dimostrerà in grado di comprendere ed eseguire una serie di istruzioni dettagliate riuscirà a votare.
E finalmente vincerà la democrazia.

Storia elettorale

Storia elettorale

Franchino Bonazzi è il mio mentore fin dalla più tenera età. Anche nelle ultime elezioni, mi ha mostrato la via, prima facendomi capire, pian piano, chi avrei dovuto votare, poi pronunciandosi una volta per tutte in sede di votazione, dove stavo scrutando. Ha detto, davanti a tutti:

-Fosse per me, abolirei subito il voto segreto: votare è un diritto, ma bisogna prendersi anche la responsabilità di chi e che cosa si vota, dopo.

Che cagata, ho pensato. Poi ha quasi vinto Berlusconi, quello che non lo vota mai nessuno ma vince sempre lui. Allora sottoscrivo la necessità del voto palese.

Se vero che la vita civica non si fa solo votando, anzi, si fa in tutti gli altri modi tranne votando, la vita democratica e politica di una nazione ha nelle elezioni il suo momento decisivo.

Ho il diritto di voto dal 4 Gennaio 2004. Da allora sono stato chiamato a votare 14 volte. Ci sono andato 14 volte. E ora ora ripassiamo gli ultimi nove anni di miserie.

 

12 Giugno 2004
Elezioni Comunali
Ero giovane. Ero candidato con una lista. Non mi sono votato, ho votato la Francesca Turrina. Siamo arrivati ultimi, tutti quanti.
Elezioni Europee
Ho votato i Verdi, perché in Europa sono fortissimi, perché le Europee non contano un fico secco e perché a 18 anni uno vota un po’ il cazzo che gli pare.

3 Aprile 2005
Elezioni Regionali
Non conservo memoria della lista cui diedi la preferenza. Non conservo memoria del candidato che votai, che Wikipedia mi dice essere Riccardo Sarfatti. Ovviamente, si perse.

12 e 13 Giugno 2005
Referendum Abrogativi sulla procreazione assistita
Ovviamente l’ostruzionismo della Chiesa fece vincere l’astensionismo impedendo di capire quali fossero le intenzioni degli italiani. I referendum erano 4, mi pare di aver messo 4 SI’, per quel che è contato.

9 Aprile 2006
Elezioni Politiche
Si trattava, per la prima volta nella mia vita, di esprimere con una croce tutto l’odio verso Berlusconi covato in 12 anni. Purtroppo, l’unico modo per esprimerlo era votare per Prodi. La vittoria di Prodi sembrava scontata, ma nel confronto televisivo della settimana precedente il voto che guardai divorando un pollo arrosto nell’appartamento di Bologna (tra l’altro, siccome c’era l’emergenza aviaria, i polli arrosto costavano 3 €, ne mangiavo due alla settimana) Berlusconi disse in chiusura che avrebbe tolto l’ICI (dopo aver governato con tranquillità per 5 anni) e tutti gli credettero. Prodi, che votai a malincuore, vinse di un soffio. Ovviamente l’Unione fece una figura di merda grazie al porcellum e a un tale che si chiamava Mastella. Vittoria di Pirro.

28 Maggio 2006
Elezioni Provinciali, 1° Turno
e
25 Giugno 2006
Elezioni Provinciali, 2° Turno
Ha vinto quello che avevo votato, Maurizio Fontanili. Votare per la provincia di Mantova mi fa sempre sentire un po’ meglio, perché alla fine, grazie al traino della Bassa, è come essere in Emilia, e girala come vuoi ma qua si vince sempre. Ovviamente, si vince sempre dove non conta un cazzo vincere.
Referendum Costituzionale
Calderoli aveva già pensato il porcellum. Pensare che potesse anche far passare alcune sue proposte di modifica alla Costituzione era una cosa avrebbe fatto uscire dalle urne e andare alle urne tutti i padri della Repubblica, da De Gasperi a Togliatti. Per una volta, vinse il buon senso, con il 60%.

13 Aprile 2008
Elezioni Politiche
Per il solito discorso che il voto non andava disperso, votai Veltroni. Si perse, con disonore. E chi rivinse? Quello che avrebbe tolto l’ICI. Ah, già: forse non ce lo ricordiamo bene, ma il disastro vero è iniziato, o culminato, qui. Quindi quando racconteremo ai nostri figli tedeschi e francesi cosa è successo in Italia a un certo punto dovremo dirgli che c’era uno che si chiamava Berlusconi, ma che c’era anche uno che si chiamava Veltroni.

7 Giugno 2009
Elezioni Comunali
Espressi la preferenza per mia cugina, nella lista che vinse. Mia cugina non ha tradito la mia fiducia: di lì a poco se ne è scappata in Francia a gambe levate con le sue 90 preferenze lasciando gli altri a sguazzare nel paciugo che avevano creato. Vai Machi!
Elezioni Europee
Alle Europee mi piace dare libero sfogo ai miei istinti egualitari, ambientalisti, internazionalisti e finocchisti. Sinistra e Libertà ebbe il mio appoggio.

22 Giugno 2009
Referendum abrogativi sulla legge elettorale
La proposta in oggetto era una maialata per tentare di sostituire la porcata, la legge elettorale che anche oggi continua a ricordarci che gli italiani hanno lasciato che Calderoli prendesse in mano le sorti della democrazia. Referundum, ovviamente, a monte.

26 Marzo 2010
Elezioni Regionali
Queste si perdono di default. E tutto sommato, sono davvero contento di aver votato il Movimento 5 Stelle, che non ha prodotto nemmeno un consigliere. Se no, avrei votato Penati, che poi è andato a far figure di merda alla provincia di Milano, e così ha vinto Formigoni, che è andato a far figure di merda in Regione.

16 Maggio 2011
e
29 Maggio 2011
Elezioni Provinciali
Qui si vince facile: mi concedo una vezzosa preferenza al dott. Botturi del Partito Socialista, prima di mandare uno che sembra il Principe Azzuro di Shrek a governare una provincia che avrebbe dovuto essere abolita nel giro di pochi mesi e che ancora resiste fiera della sua superfluità pestando merde a ogni piè sospinto. Bravo a vincere, io!

12 Giugno 2011
Referendum
Il giorno in cui è stato bello essere italiani. Non aggiungo altro.
E a uno dei quattro referendum ho votato NO, come dovrebbero fare i veri democratici quando sono contrari a una cosa: votare NO, non stare a casa!

24 Febbraio 2013
Elezioni Politiche
C’era bisogno di Sel alla Camera e di un po’ di governabilità al Senato. Invece, grazie al tizio che dopo aver tolto l’ICI ha votato per introdurre l’IMU promettendo poi non solo di toglierla, ma anche di restituirla, al PD è andata di un soffio la Camera e il Senato, grazie al geniale porcellum, non è andato a nessuno.
Quando i nostri figli ci chiederanno cos’è successo, bisognerà rispondergli che il PD aveva colto l’esigenza di rinnovamento della base e si era presentato come forza nuova e credibile, ma il popolusimo sfrenato e le istanze conservatrici avevano richiamato alle urne tutti quelli che temevano un futuro migliore, spaventati dall’ombra della sinistra. Gli si dirà così perché ai nostri figli tedeschi e francesi potrebbe far male dire tutta la verità in un colpo solo.

Elezioni Regionali
Franceschino Tiana, preferenza espressa essenzialmente per dare noia agli scrutatori del seggio rivale, è stata la scelta di giornata. Il candidato alla presidenza della Regione dimostra una volta di più come la Lombardia sia visceralmente, insovvertibilmente, innegabilmente, una regione assurda. Perché nel Lazio la giunta si è sciolta travolta dagli scandali e la lista scandolosa non ha preso voti. In Lombardia la giunta si è sciolta travolta dagli scandali e la lista scandalosa ha preso più voti di prima, nonostante il candidato del centrosinistra fosse un personaggio credibilissimo. “Lombardia, Lombardia, così facile volerti male, di sorrisi non ne fai e ti piace maltrattare, ma noi siamo i figli storti nati dentro un’osteria e riusciamo a respirare pur essendo in Lombardia…”

ricapitolando

VITTORIE            2
VITTORIE DI PIRRO        3
VITTORIE INUTILI         2
SCONFITTE                7
ELEZIONI EUROPEE         2

Laika

Laika

Laika

 Secondo i saggi del paese, riuniti in seduta plenaria al bar della Ida, mandare la Giovanna in autostrada era una roba assurda. Assurdo come se John Charles sbaglia un gol a porta vuota, diceva uno. Assurdo come se Fanfani domani mattina dice che è comunista, dice un altro. Assurdo come se mandano un cane nello spazio, dice il terzo. Orco, questa è grossa, dicono gli altri.

Alla fine degli anni ’50 in paese di donne che guidavano c’era solo la Giovanna, che era una ragazza molto intraprendente. Usava la 600 nuova di pacca di suo marito, che aveva sempre una gran paura a fargliela usare. Lui l’aveva vinta con un tredici da spettacolo al Totocalcio l’anno prima. Siccome per indovinare Taranto-Legnano, che lui proprio non aveva idea di cosa mettere e difficilmente avrebbe saputo collocarle su una cartina geografica, si era fatto aiutare dalla Giovanna, era parso giusto che anche la Giovanna prendesse la patente e potesse adoperare la 600. Più che aiutare, la Giovanna era in cucina e lui le aveva gridato Giuana, uno, due o ics? e lei aveva detto ics cosa vuol dire? ma lui l’aveva presa per buona lo stesso. Lei, da donna intraprendente, rivendicava tutti i meriti del tredici.

Non guidava mica male, la Giovanna. Ma andare in autostrada era una sfida contro le leggi del mondo. Va detto che di autostrada non ce n’era mica tanta. Soltanto da Brescia a Milano, poi basta. E perché non può guidare tuo marito?, si chiedevano i vecchi al bar. Perché, dice lei, s’è fatto male a un braccio e non riesce. Perché non ci vai in treno?, le domandavano. E lei diceva: perché devo portare là una valigia molto pesante, io non riesco a portarla e mio marito s’è fatto male al braccio e poi devo portarla mica a Milano, ma a Legnano, è scomodo col treno.

I vecchi restavano perplessi.

Cosa c’è nella valigia pesante? Una macchina da cucire di quelle moderne. E cosa la porti a fare a Legnano? Dalla zia. E perché devi portarla alla zia? Perché lei non riesce a venirla a prendere, non ha mica la patente. Sì, ma perché non se ne compra una là? Perché questa qua è sua, l’ha comprata prima di andare a star là e ci tiene tanto, e ha bisogno questa settimana.

Ecco, ci son delle robe che uno fa e dimostra che si possono anche fare. Si possono anche non fare, ma si possono fare che va bene uguale. Non so, il primo che si è stufato della scrittura bustrofedica e ha detto: oh, ma se qua quando andiamo a capo ricominciamo ancora a sinistra e andiamo verso destra non vien mica più comodo? E gli altri avran detto: proviamo pure, vediamo, ma dentro lo sapevano che non funzionava. Il primo che ha attaccato la chitarra a una spina. La Giovanna.

I saggi al bar erano sconvolti. La Giovanna andava in autostrada. Suo marito no, stava a casa. Son mica scemo, diceva lui.

La Giovanna si fa aiutare da dei parenti a mettere la macchina da cucire sulla 600 e passa dalla piazza a bere il caffè prima di partire. Il paese è tutto riunito per la punzonatura e il via. La salutano come se non dovessero rivederla mai più. Addio, addio. C’è il sindaco con la fascia, il prete di nascosto le dà l’estrema unzione. Non c’è un clima di gran fiducia.

L’Omero, uno dei saggi, fa un tentativo: Giovanna, se vuoi guido io. No Omero, grazie, dice la Giovanna, sei gentile ma non ti faccio guidare, sei cieco. Omero ci rimane un po’ male, lui sa per certo che le avrebbe salvato la vita, si gira e ribalta due tavolini del bar della Ida.

La Giovanna parte, il paese sventola i fazzoletti. Quando la nuvola di polvere si abbassa c’è un silenzio che sembra di essere in mezzo ai campi d’inverno alla mattina presto. Tutti si guardano.

Si dan l’appuntamento per le sette di sera, che la Giovanna, se tutto va bene, dovrebbe arrivare a quell’ora lì e loro sono un po’ in pensiero. Prima che vadan tutti via da un tavolino del bar della Ida un saggio col giornale dice agli altri: vè, hai visto qua? I russi han mandato un cane nello spazio. L’Omero guarda l’orizzonte, senza vederlo. Si gira verso gli altri saggi. Il volto gli si illumina.

Siam più avanti noi, dice.

 La sera la Giovanna arriva puntuale, il paese trabocca di gioia come il giorno che son andati via i tedeschi. Il medico le misura la pressione, le fa dire trentatrè, le sente il cuore. Alza la testa: «È viva!». Ma tutti sanno che è solo sopravvissuta.

«Ve l’avevo detto che siam più avanti noi, il cane è morto!»

Omero si mette la mano sul cuore e canta la Canzone del Piave. Gli van tutti a dietro.

La Franca del Furèst

La Franca del Furèst

La Franca del Furèst

Sally MacLennane è uno dei brani più noti dei The Pogues, contenuto nell’album Rum, Sodomy and the Lash del 1985. Il titolo originale, oltre ad essere un nome femminile, è una birra scura. In dialetto è una donna del Foresto, frazione di Volta, che frequenta un bar in fondo alla borgata di Sassello.

Michele Mari – Voce e Mandolino
Lorenzo Bertolini – Chitarra e Cori
Omar Ferlini – Pianoforte

El Giacumì sunàa l’armonica ‘ndel bar ‘ndua só nasì
dale sèt ala matina el stàa lé a fa del caşì
i se chetàa quei cui còren e aga i delinquéncc
vegnia sö ‘l sul e i èra töi cuntèncc

Ma al Giacumì ghe piasìa mia el su pòst al mond
endua ‘l picinì el g’à de scóndes quand ria quél pö gròs
l’à petà lé de sunà e l’à dit ch’el nàa vià
vegnia sö ‘l sul e i èra disperà

L’óm purtà ‘n staşiù ‘ntant che piuìa
l’óm cargà ‘n söl treno e l’óm başà
g’óm cantà na cansù che cantàem ‘na ólta
ma ‘l saìem che ‘l Giacumì sarés turnà.
Me dispiàs, me sa che g’ó de nà
purtém la grapa e ‘l vì che só dré che vó luntà
me piasarés pensà che ‘n dé turnaró ‘ndré
dal bar le şó a Sasèl e dala Franca del Furèst

I an, se sa, i pasa e a deentà grandi se fa prèst
só cresì ‘n mèsa ale cose dela Franca del Furèst
al bar beìe, cantàe, i me fasìa lavà i bicér
e ala fine mé so deentà l’ustér

Netàe i taulì, segnàe i debicc, slongàe ‘l vì
parlàe cui embriagù de dóne e de balù
i m’à dìt ch’el Giacumì l’à fa i sólcc la de luntà
argü l’è mort sensa gna avisà

Gh’èra pö quasi nisü quant Giacumì l’è turnà a cà
el m’à dumandà en sö che treno u cun che casa i è nai vià
argü ‘l g’à pòra de crepà ma lü l’à tacà a trincà
e l’à beì finchè ‘l s’à stufegà

La Franca del Foresto

Il Giacomino suonava l’armonica nel bar dove sono nato, dalle sette di sera alla mattina stava lì a far casino, si calmavano quelli con le corna e anche i delinquenti, veniva su il sole ed erano tutti contenti.
Ma al Giacomino non piaceva il suo posto nel mondo, dove il piccoletto deve nascondersi quando arriva quello più grosso, ha smesso di suonare e ha detto che andava via, veniva su il sole e erano disperati.

Lo abbiamo portato in stazione mentre pioveva, lo abbiamo caricato sul treno e lo abbiamo baciato, gli abbiamo cantato una canzone che cantavamo un tempo, ma sapevamo che il Giacomino sarebbe tornato. Mi dispiace, mi sa che devo andare, portatemi la grappa e il vino che sto per andare lontano, mi piacerebbe pensare che un giorno tornerò indietro, dal bar li giù a Sassello e dalla Franca del Foresto.

Gli anni, si sa, passano e a diventare grandi si fa presto, son cresciuto in mezzo alle cosce della Franca del Foresto, al bar bevevo, cantavo, mi facevano lavare i bicchieri e alla fine sono diventato l’oste.

Pulivo i tavoli, segnavo i debiti, allungavo il vino, parlavo con gli ubriaconi di donne e di pallone, mi hanno detto che il Giacomino ha fatto i soldi lontano, qualcuno è morto senza nemmeno avvisare.

Non c’era più quasi nessuno quando il Giacomino è tornato a casa, mi ha chiesto su che treno o con che cassa se ne sono andati; qualcuno ha paura di morire, ma lui ha iniziato a trincare e ha bevuto finché s’è soffocato.