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Il debito

Scritto da michele il 12 gen 2012 in Scritti

Il debito

racconto pubblicato su gammm.org e letto in occasione di Ricercabo 2011, da cui è tratto il video qui sotto

Nel paese, proprio su in cima, c’è la chiesa, e dentro la chiesa c’è la Beata Paola, che è la protettrice del paese. Non è santa, solo beata, fa quel che può per proteggere, si dà da fare abbastanza, dicono. La Beata Paola è proprio lì. Anche se morta da cinque secoli e passa, forse sei, non so, il suo corpo è ancora immacolato, in bella vista dentro una teca. Che sia immacolato è quello che dicono ai bambini a dottrina, ma se i bambini guardano, almeno quelli più acuti, si accorgono che c’è qualcosa che tocca. O un pochino è deteriorata, o se era così anche da viva, con poca pelle tutta secca abbarbicata alle ossa, senza occhi, con tutti i denti belli in vista, allora c’è da credere che s’era fatta suora per quello. Perché, insegnano ai bambini, lei era nata in paese o lì vicino, si era fatta suora, il diavolo aveva cercato di farla cascare dalle scale, lei faceva i miracoli, tipo non cascare dalle scale neanche se la spingeva il diavolo e preservare il raccolto. Più o meno questo è quanto sulla Beata Paola. Lo sanno tutti perché te lo insegnano da bambini.

Nel paese, un po’ più in giù, c’è anche un bar che non fa miracoli di nessun tipo, fa il bar e basta. Il padrone era il Franco, non era beato neanche un filo, anzi, lui diceva addirittura che secondo lui la Beata Paola non era mica immacolata, e avanzava gli stessi dubbi anche su una buona parte delle rappresentanti di questa e altre religioni. Con lui le suore a dottrina si eran anche date un bel daffare, ma non l’avevan persuaso per niente.
Ecco, i rapporti tra il Franco e la Beata Paola erano restati all’apparenza gli stessi finché non è morto il Franco, mica tanti anni fa. Una su, uno un po’ più giù, uno dietro un bancone, una in una teca, ognuno faceva la sua vita. In apparenza, però.
Perché quando mica tanti anni fa è morto il Franco i suoi parenti avevano deciso di vendere il bar, che avevan trovato uno che voleva farci dentro un negozio di attrezzatura da subacqueo che poi ha rivenduto a uno che c’ha rifatto un bar, e si eran messi a smontare tutto, a decidere cosa vendere ai rigattieri, cosa tener da conto, cosa buttar via. Quando han tirato via la cassa, che c’erano ancora dentro mille lire di quelle grandi piegate in sei parti, dio solo sa da quanto tempo, sotto han trovato una roba un po’ strana: c’era un quadernino nero con scritto sopra Debiti, uno di quei quaderni che si usavano per farsi a mano le rubriche dei numeri di telefono, quelle con le lettere dell’alfabeto dalla parte. Insomma, fattostà che il quadernino era tutto vuoto, a parte che sotto la lettera B c’era segnato in bella calligrafia Beata Paola deve 100 lire.

Era nato così uno dei misteri più grossi del paese. Nessuno ricordava niente che potesse spiegare il fatto. Era ben strano, questo fatto, si dicevano: la Beata Paola è morta da un bel po’, come faceva a dover dei soldi al Franco? C’era uno che diceva che lui l’aveva evocata in una seduta spiritica, ma non spiegava il fatto delle 100 lire, ed era una tesi debolissima anche perché tutti sapevano che il Franco non ci credeva, a quelle robe lì. Il professore, che era quello più razionale di tutti, supponeva che lui avesse segnato quel nome intendendolo piuttosto come soprannome di qualcun altro, o meglio, di qualcun’altra. A quel punto, più del nome stesso, restava un mistero l’esistenza del quadernino, perché il Franco non voleva che la gente fosse in debito con lui e quindi o si faceva pagare con prestazioni d’opera, tipo dal Sogno si faceva aggiustare le scarpe, dall’Arrigo si faceva fare una credenza, e via così, o si affidava al baratto, o, se proprio, tirava fuori la doppietta da caccia da sotto il bancone e sparava allo scroccone. La doppietta era carica coi pallini da uccellino e lui mirava di solito verso i piedi, a una certa distanza, insomma, non voleva mica far male sul serio a nessuno, gli piantava solo due o tre pallini innocui che bastava una pinzetta e lo iodio ed eri già a posto. Lui questo sistema lo vedeva come equivalente al pagamento, diceva non andrò mica in rovina per le 300 lire che mi deve questo qua, gli sparo, mi diverto un po’ e siam pari. Era un sistema che conoscevano tutti, c’erano un paio di scrocconi che avevan deciso che valeva la pena farsi sparare e avevan dentro così tanti pallini che alle volte non potevano neanche entrare in banca che il metal detector andava giù di testa, iniziava a suonare che si sentiva a stare al bar del Franco, e il Franco rideva e diceva, ah, 300 lire che son state un investimento. Franco era una buona persona, gli piaceva divertirsi. E la storia del professore non stava in piedi: la Beata Paola doveva essere la Beata Paola, non un’altra persona, altrimenti al limite gli avrebbe sparato. Anche se era una donna. E poi era improbabile che fosse una donna perché in quel bar lì le donne ci andavano poco volentieri, a parte la Graziana, che era una che si faceva sparare, ma è un altro discorso.

Di fronte al vuoto della logica, l’uomo subito ha un po’ paura, poi capisce che è lì che tocca a lui.

Era nata così una delle più grandi leggende del paese.
Era estate, un sacco di anni fa. Una di quelle notti che c’è un caldo da far paura, un’afa che toglie il fiato, neanche un filo di vento, la gente sta tutta a letto a girarsi ma suda e non riesce a prender sonno, neanche con le finestre aperte. Se uno grida da una parte del paese, dall’altra si sente. Ogni tanto, infatti, due si chiamano, a un chilometro o due: te dormi?, no e te?.
Il Franco aveva il bar aperto, perché tanto dormire non dormiva mai, col caldo. Aspettava che magari venisse qualcuno a prender qualcosa da bere, saran state le undici, undici e venti.
Dentro la teca, il corpo della Beata Paola pativa un umido che le dava un fastidio che dio solo lo sa, le sembrava di rigonfiarsi tutta, che le si sbriciolassero le ossa, puff. Allora apre la teca, è un po’ stranfognata, si mette in ordine con le mani ossute, esce dalla chiesa col suo vestito da suora che ha sempre addosso, e va al bar.

Il Franco vede la Beata Paola che arriva verso il bar, la riconosce, non è che ci siano tante possibilità, da bambino l’ha vista tante volte. Non è immacolato, il suo corpo, pensa. Il secondo pensiero che gli viene è che deve far proprio un gran caldo se s’è svegliata anche lei. Il terzo è che lui a quelle robe lì non ci crede.
La Beata Paola va dentro, Buonasera ragazzo, dice. Il Franco dice, Buonasera, cosa ci servo? La Beata Paola dice Una spuma bianca da cento, grazie. Lui la versa, intanto si chiede come fa a sapere che esiste la spuma, ci sarà stata anche ai suoi tempi, lei la beve e fa Bon, adesso torno su, arrivederci. Lui la guarda un po’ intanto che fa i primi due passi lenti, non ha mica pagato. Tira fuori la doppietta coi pallini da uccellino e fa per sparare, poi ci pensa. Ma sarò mica scemo, si dice, a sparare alla Beata Paola, io non ci credo mica a quelle robe lì. Mette via la doppietta e rimane lì a grattarsi la testa. Ormai è andata così, lui non ci crede allora deve essere un’allucinazione, cosa spari, a un’allucinazione. O se non è un’allucinazione, allora era la Beata Paola, e cosa spari, alla Beata Paola. Poi guarda il bancone. C’è un bicchiere vuoto, lo lava e lo mette via.
Chi ci crede, pensa, se la racconto, sta roba, che non ci credo nemmeno io?

Il giorno dopo va in cartoleria, prende un quaderno di quelli per la rubrica del telefono, ci scrive Debiti e segna in bella calligrafia Beata Paola deve 100 lire. Lo mette sotto la cassa, e lo lascia lì, non lo usa più.

Di per sé non era mica una gran leggenda. Sì, un bell’aneddoto, quello sì. Comunque era la versione ufficiale dei fatti. C’eran delle correnti di pensiero, in paese. Ce n’eran di quelli che ritenevano il fatto che la Beata avesse chiesto una spuma fosse la prova dell’onniscienza di chi è salito al cielo, altri che ritenevano che fosse onniscienza a metà, perché la spuma non è che disseti poi molto. C’eran gli scettici, che vanno dietro anche adesso a dire che basterebbe aprire la teca e vedere se ci sono tracce di spuma sulla Beata, visto che è difficile che l’abbia assimilata e espulsa, messi come sono messi i suoi organi. Ovviamente la curia non ha mai concesso le analisi. Ce n’eran di quelli che non ci credevano, e dicevano che il quadernino col debito era uno scherzo del Franco, l’aveva fatto apposta per farlo trovare e lasciare la gente a chiedersi cosa significava.

Ognimodo, gli eredi del Franco han deciso un bel giorno di calcolare gli interessi sulle cento lire e di citare in giudizio l’ordine di religiose a cui apparteneva la Beata Paola.
In tribunale, di fronte alle prove, l’avvocato delle suore ha proposto il patteggiamento, alla fine suo nipote del Franco ha sparato coi pallini da uccellino alla madre superiora.

 
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Lettera aperta al presidente Monti

Scritto da michele il 19 dic 2011 in Scritti

dal Voltapagina del Dicembre 2011, pag. 11

Egregio Presidente Monti,
io non sono un grande esperto di economia ma ugualmente voglio mettermi a disposizione per risollevare il Paese dalla tragica situazione in cui versa. Le indirizzo pertanto tramite le pagine di questo giornale una lettera aperta che spero terrà in considerazione.
Vorrei umilmente avanzare una proposta semplice per uscire dalla crisi: la prima mossa da fare sarebbe porre fine alla sanguinosa Guerra dei Cachi che rovina l’autunno di ogni famiglia italiana, mettendo in insanabile conflitto anziani che obbligano figli e nipoti a raccogliere i cachi e figli e nipoti stessi, obbligati a portare con sé la totalità del raccolto, che ovviamente non piace a nessuno, e prodursi in vani tentativi di sbolognare i cachi a lontani conoscenti in segno d’affetto, conoscenti che a loro volta cercheranno di rifiutarli sdegnosamente causando il default del sistema Caco, che marcisce nelle cantine delle famiglie italiane insieme ai BOT.
Tutto questo accade perché il caco è un frutto che nessuno sano di mente riesce ad apprezzare. Il fatto che quasi tutte le nostre famiglie siano cadute nel bieco tranello del caco quando esso sembrava rappresentare un sicuro investimento per l’avvenire e ne abbiano piantato uno in ogni giardino, ignorando le nefaste conseguenze future, ha creato un divario tra domanda di cachi e offerta di cachi che è andato al di là di ogni previsione dei mercati causandone la svalutazione totale. Con l’andare del tempo lo spread tra il rendimento di una pianta di ciliegie e un caco ha messo in ginocchio le nostre famiglie, superando il milioneduecentosedicimila punti e culminando nel tristemente famoso lunedì nero del 1994, quando un uomo esasperato rovesciò tre cassette di cachi sul Raccordo Anulare, causando un tamponamento a catena e segnando indirettamente l’inizio dell’era Berlusconi.
La mia proposta, non del tutto dissimile da certe operazioni degli speculatori finanziari, ma assai più democratica, è quella di quotare in borsa i cachi come titoli obbligazionari, in modo che assumano un valore, per quanto puramente immaginario, e rilancino il sistema Paese fungendo da volano per la ripresa economica.
Superando così l’antico concetto di caco come frutto senza valore intrinseco e operando questo piazzamento che lo faccia valere come puro prodotto finanziario, i nostri anziani potrebbero godere di un plusvalore sulla loro pianta di cachi, i nipoti verrebbero pagati per raccoglierli e al posto di assistere come ogni anno all’orrendo balletto dello scarica-caco i nonni potrebbero depositare carrettate di cachi a Piazza Affari. Solo così l’Italia potrà risorgere e tornare ricca e competitiva, equa e libera dal giogo delle banche e degli speculatori.
E, soprattutto, nessuno dovrà più mangiare cachi.

 
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Angeli e demoni al Pnón

Scritto da michele il 10 ott 2011 in Scritti

Angeli e Demoni al Pnón

racconto segnalato al Festival degli Scrittori della Bassa di Pegognaga e pubblicato nell’antologia I misteri della bassa, E.Lui editore, Reggiolo, 2011.

Si dice che durante gli esorcismi il fatto che il diavolo riveli il proprio nome sia un primo segno di cedimento e l’inizio della liberazione per il posseduto.
La motosega che adoperava il Nedo non ha mai parlato. Io lo ritenevo un chiaro sintomo del fatto che il demone che l’abitava non avesse la minima intenzione di andarsene.
Lucifero arrivò in riva alla bonifica di Po un mattino del 1975 e si insediò in una nuovissima BCS blu riposta sotto il fienile di una corte. Agli arcangeli non dovette sembrare una mossa particolarmente brillante, ma il loro più scafato ex-collega la sapeva lunghissima e li sbalordì.
Da allora ogni mattina fu uguale: il Nedo si avvicinava alla motosega, afferrava la corda dell’avviamento e la tirava una prima volta; il motore non dava segni di vita. Si accendeva soltanto al ventiquattresimo tentativo, dopo altrettante bestemmie sempre più creative. Gli arcangeli dalla nuvola sentirono il loro dio associato ad animali da bassa corte, attrezzi agricoli, flora appenninica, donne lascive. Lucifero, da dentro la BCS, si compiaceva.
Il Nedo cercò per anni di mettere a punto quel motore: sapeva che da esso dipendeva anche la sua redenzione. Dovette arrendersi, ignaro, al mistero.

 
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Background

Scritto da michele il 12 set 2011 in Scritti

BACKGROUND

pubblicato nell’antologia Mimetica Realtà - Coopforwords2011, Bohumil, Bologna 2011

sulla rivista on-line Temperamente

Le robe normali dell’andar su e giù a uno gli succedono sempre.
Dico su e giù perché io sto dentro un paese che è un pezzo in pianura e un pezzo in collina. Per andar avanti e indietro, bisogna andar su e giù. Per tornare indietro, il bello è che il contrario di su e giù non è mica giù e su. Uno ci ride sopra, son tutti bei discorsi del contrario di una roba che è la stessa roba a cul in su. La strada la fai dall’altra parte, ma se devi tornare nello stesso posto da dove sei venuto, è sempre un su e giù, mica giù e su.
Tutto questo su e giù, dicevo, è quasi tutti i giorni uguale. A volte succedono delle robe un po’ diverse, ma comunque abbastanza normali, nel senso che succedono a tutti. Quel giorno lì che andavo su e giù col Ciao di mia nonna c’è stato un momento che ero circa nel punto che il su diventa giù che è successa una di queste robe.
Parte tutto dal fatto che dalla porta di casa sua spuntava fuori il Sogno.
Sogno faceva lo scarpolino, il nome vero era Angelo, mi pare, e aveva una gamba sola. Sogno era un nome d’arte, perché nell’aggiustare le scarpe faceva di quei lavori di un preciso che le parole umane non sono abbastanza.
Il Cinese era anche lui sulla scena di quello che mi stava succedendo: nella sua bottega di barbiere d’altri tempi stava sbarbando sei o sette vecchiotti mentre discuteva del tempo con altri dieci o dodici che andavano lì apposta a discutere del tempo, anche se non dovevano farsi rasare. Quel giorno lì tra l’altro faceva caldo, sudavano tutti come dei salami quando li tiri fuori dal sottovuoto dopo un po’ che son lì. Il Cinese non era cinese per davvero, aveva anche un nome vero e un cognome da cristiano, ma non gli sono mai serviti: era giallino, bassetto e con gli occhietti un po’ allungati, e questo era già fin troppo per non dargli un soprannome così.
Proprio nel punto in cui il su diventa giù, sia all’andata che al ritorno, stava scollinando per trascinarsi al bar il Bruno de la Stasiù, che si portava dietro la bici a mano, perché la salita per lui era troppo dura. Si portava dietro anche il nome del posto dove abitava, la Stazione, appunto. Non credo che se lui un giorno, metti caso, andava a stare da un’altra parte, gli cambiavano nome.
Anche perché, se uno ci pensa è strano, le robe ci mettono un sacco di tempo a cambiare nome, anche se uno campa cent’anni non fa in tempo a vederlo. I nomi si attaccano ai posti, si attaccano alle persone, come la puzza di fritto che c’è al ristorante giù in piazza, che hai voglia a tenere i vestiti all’aperto e tutto, è una puzza che non se ne va mai. Per esempio il mio paese ha un sistema così, che i vecchi dicono: vado al macello. Mica vanno a farsi tagliare in quarti, è che dove c’era una volta il macello c’è il circolo degli anziani. Però il nome si è attaccato al posto, non se ne va più, puoi anche buttar giù l’edificio vecchio ma quello che fai nuovo si chiama ancora macello. Io vado a giocare a calcetto al cimitero, mica al campo da calcetto, perché il campo da calcetto è esattamente dove c’era il cimitero vecchio. I morti lì sotto non se ne sono ancora andati e non c’è verso di cacciarli via.
Dico così perché la Stazione del nome del Bruno, al di là di tutto, non c’era più da una quarantina d’anni, ma il nome s’era attaccato al posto e il nome del posto s’era attaccato alla persona. Tutto è rimasto indietro coi nomi, non si aggiornano mai, perché la gente ha nella testa un mondo fatto di posti e di persone che devono per forza avere un nome, e il nome è sempre quello con cui li conosci. Il battesimo è il momento esatto della creazione, e da lì in poi il nome si imbromba di storie e di rughe, e tutte le volte che lo nomini, dici tutto quello che c’è bisogno.
C’era anche dell’altra gente in quell’istante lì. Andava su e giù anche il Mago Gino, anche lui andava col motorino. Mago Gino faceva magie straordinarie, tipo aprire una cassapanca, infilarci dentro la testa e sostenere di parlare con Londra. Una volta in contatto con Londra, chiedeva che tempo faceva. Pioveva quasi sempre. Nel momento in cui è successo il fatto che mi interessa dire, lui era appena passato. C’era anche la Mariangela col suo bazar incasinatissimo con tutte le robe che vende una sopra l’altra che io non so come fa a trovar fuori sempre tutto quello che le domandi, un pigiama della Ingram, un goniometro, un tostapane. C’era il bar Impero, che anche lui non si chiama Impero: ha un nome brutto, Caffè Commercio, e ce l’ha da dopo la guerra, c’è scritto anche sull’insegna, ma dentro nella testa delle persone, anche di quelle nate dopo, che sono la maggior parte, è ancora Impero.
Insomma, era tutto fatto di nomi imparati senza stringere la mano. Tutto quanto lo scenario; non importano le case, i muri, i gradini. Le case, i muri, i gradini, magari, fanno lo sfondo. Non c’entrano. I nomi che ho detto, invece, loro non lo sapevano, ma c’entrano, anzi, è come se fossero protagonisti. Il nome poi non è che conta poco, cioè, non si poteva mica raccontare senza fare i nomi: una volta che fai il nome chiami tutta la roba che c’è attaccata alla persona. Hai già detto tutto. Non hai più bisogno di stringergli la mano se lo vedi.
Comunque, quello che dovevo spiegare è che circa in quel punto lì che il su diventa giù, mi sono innamorato.

 
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Momenti di Gloria

Scritto da michele il 2 lug 2011 in Scritti

Momenti di gloria

dal Voltapagina di Luglio 2011

Alle medie c’era educazione tecnica. Era una materia in cui si imparava un po’ di tutto, senza alcuna logica apparente. In tre anni ho imparato la proiezione ortogonale, a fare una casetta ripiegando del cartoncino, a intrecciare fili in qualunque maniera nonché il diabolico funzionamento di una camera oscura. Il mio professore mi sembrava vecchissimo. A dire il vero, a undici anni mi sembrava vecchissimo chiunque ne avesse più di ventidue. Ma il professore di tecnica mi sembrava più o meno coetaneo di mia bisnonna, che all’epoca andava per i novantacinque. Non so quanti anni avesse di preciso, ma di lì a poco andò in pensione e quindi qualche lustro l’aveva vissuto. Contribuiva moltissimo il suo nome, Eligio, che gli garantiva una quarantina d’anni in più.

Era buonissimo e affettuoso, passava gran parte della lezione a fare esercizi di stretching intrecciando le mani dietro la schiena mentre illustrava alla classe le mirabolanti virtù del seghetto alternativo. A me era molto simpatico, tolleravo persino la sua intransigenza sulle mie sbavature nel disegno tecnico e sulle mie dozzinali trame di tessuto. D’altronde ho sempre avuto la manualità di un babbuino e non era certo lui a farmene rendere conto.

Aveva anche un’intransigenza, verso cui provavo grande simpatia, che riguardava il giradischi orgogliosamente collocato in laboratorio per fornire un’adeguata colonna sonora alle nostre esercitazioni. La regola sulla playlist era di una semplicità al limite del banale: “Va bene tutto, purché non ci siano i tamburi”. Tamburi, nel suo vocabolario d’antan, voleva dire batteria. I timpani e le grancasse da orchestra classica erano tollerate, ma la batteria rock era l’anticristo: il professore non la poteva minimamente sopportare, in quanto simbolo di quel fracasso infernale che contraddistingue la musicaccia prodotta da Claudio Villa in poi. Vista l’età che gli davo, mi sembrava un’intolleranza scontata e, a momenti, giusta. Sussisteva però un problema di fondo: si era già da un pezzo nell’era dei CD e, qualora a qualche compagno fossero rimasti in casa dei dischi in vinile, era improbabile che in essi non ci fosse la batteria. La sua proposta di portare a scuola qualche bel disco cadde inesorabilmente nel vuoto.

Le esercitazioni di laboratorio, tutte, ebbero per tappeto musicale l’unico vinile rimasto in aula, la colonna sonora di “Momenti di gloria”. Con quel sottofondo così emotivamente intenso ogni proiezione ortogonale fu carica di slancio epico, degna di una medaglia d’oro olimpica, sospesa nell’atmosfera surreale del taglio del traguardo dei quattrocento metri piani.

La campanella ci suonava l’inno nazionale.

 
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TRE MODESTE PROPOSTE

Scritto da michele il 20 dic 2010 in Scritti

dal Voltapagina del Dicembre 2010, pag. 5

BUONE FESTE A TUTTI

Egregio direttore del Voltapagina

sono un voltese d.o.c. disgustato da tutte le amministrazioni comunali che abbiamo avuto dal 56 dopo Cristo ad oggi. Ah, quando c’era C. Quintilius Martellius le cose rigavano dritte!

Io vorrei far presente che i nostri assessori non fanno nulla per offrire ai cittadini un Santo Natale diverso, autentico, voltese, che sia una orgogliosa dimostrazione delle nostre care radici e della nostra superiore cultura.

Ad esempio, molti paesi del Trentino, dove le robe funzionano, hanno fatto un sacco di soldi con le piste da sci. Ritengo che sia da stupidi non sfruttare le meraviglie naturali che il Signore ha voluto donarci per allestire opportuni spazi ricreativi dove praticare lo sci, perlomeno durante le festività natalizie: ad esempio, il ripido pendio che unisce via Aldo Moro a via Giuseppe Verdi andrebbe innevato artificialmente e con un minimo investimento si potrebbe dotarlo di opportuni impianti di risalita, anche a mezzo scuolabus che risalga la Circonvallazione. Così, per passare il Natale con tutta la famiglia unita come vuole la tradizione, i nostri atleti potranno godersi una pista in casa e non dovranno più mestamente separarsi da nonni e zii per andare in Val di Fassa.

Non vedo inoltre perché il comune non dia ulteriore appoggio al positivo fenomeno dei cacciatori sulla pista ciclabile. Siccome la ciclabile attira moltissimi stranieri, provenienti da terre lontane e nemiche come Pozzolo, Valeggio e Cerlongo, ritengo d’uopo che il comune attrezzi, per sottolineare il nostro fervente orgoglio cittadino, un’area di tiro al bersaglio con carabine in comodato d’uso gratuito a tutti i voltesi d.o.c. e i.g.p. con le quali poter tirare a tutti coloro che a colpo d’occhio appaiano forestieri, ivi compreso chi risiede a Volta da meno di cinque anni e chi non abbia almeno un parente di quarto grado di cognome Martelli, Ferri o Ghidini.

L’impegno dell’amministrazione è scarso anche quando si tratta di radici cristiane. Facciamoci del male! In questo mondo omologato e globalizzato ci stiamo dimenticando quali sono le luci da seguire nei momenti bui! I nostri bambini, infatti, continuano a ricevere doni da Santa Lucia, e su questo non ho molto da ridire, ma solo dodici giorno dopo Babbo Natale passa a fare il bis. Ora, non voglio sottolineare il fatto che ai miei tempi passava solo e soltanto Santa Lucia, che lanciava mandarini in testa a noi infanti gridando “e che la cule!”, ma Babbo Natale è un autentico usurpatore su scala mondiale. Propongo che, ogni qual volta un uomo vestito di rosso con la barba bianca e una slitta di renne volanti cerchi di penetrare nei nostri confini, sia noi garantita la possibilità sparargli con le carabine di cui sopra. Ritengo che la sua figura andrebbe sostituita con la ben più autarchica Beata Paola e la slitta con un monopattino trainato dal vecchio cervo imbalsamato che era all’ingresso del comune vecchio e che non so dove sia finito.

In fede

Michele Mari

 
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Calcio Elementare

Scritto da michele il 23 ott 2010 in Scritti

Guardo con una certa compassione i bambini delle elementari che razzolano in un’aia di ghiaietta sottile dietro le loro aule, negato l’antico ludo calcistico dalle angustie della lingua di giardino nella quale si ritrovano a passare la ricreazione. Io le elementari non le ho fatte moltissimo tempo fa, ma le ho fatte in un’altra sede, dove non solo c’era lo spazio per giocare a calcio, ma c’erano ben due porte vere, chiaramente senza rete, porte che parevano gigantesche quando si era in prima e normali in quinta. Il problema, in ogni caso, non si poneva, giacché fino alla quarta classe non si poteva neanche immaginare di mettere piede sul campo di terra e sassi appuntiti che era di dominio assoluto dei bambini più grandi. Il privilegio di giocarci veniva accordato soltanto per il raggiungimento dell’età necessaria o, in casi del tutto straordinari, ai calciatori notevoli di quarta. Passare da quel campo durante il terzo anno di elementari significava come minimo un futuro radioso, perlomeno in C2, ma richiedeva una dispensa scritta dai capitani delle quattro sezioni, da ratificarsi all’unanimità; l’evento si è verificato assai raramente e catalizzava sul piccoletto grandi attenzioni e anche falli piuttosto violenti, vista la minaccia alla stabilità del sistema che egli rappresentava.

In realtà anche i più piccoli potevano giocare, era sufficiente essere abbastanza scorretti da picchiare le bambine e cacciarle dal campo di pallavolo, o anche soltanto metterle in fuga agitando ramoscelli intinti nello sterco di qualche animale (o nel proprio), togliere la rete e improvvisare le porte con le giacche. Il campo in questo caso era in terra, chiazze di erba coraggiosissima e gramigna e aveva le dimensioni di quello da pallavolo, quindi ci si poteva giocare in una trentina al massimo. L’alternativa per chi non temeva gli infortuni e le botte era il campo in cemento, che era in origine un campo da basket, addirittura con le righe e i canestri; visto che nessuno aveva mai sentito parlare di basket (erano gli anni precedenti l’avvento dell’NBA su Telemontecarlo), nessuno aveva una vaga idea delle regole escluso il rudimentale concetto che un oggetto dovesse passare attraverso il canestro e che, a maggior scorno, non c’era nessun pallone da basket, il campo veniva utilizzato per praticare l’unico sport conosciuto, cioè il calcio, usando come porta un palo del canestro e una giacca, con notevole risparmio in termini di abbigliamento. In altre aree del grande cortile c’erano spazi sufficienti per altri match ad una sola porta, per il banale “passaggi e tiri in porta”, il torello o per altre discipline che contemplassero la necessità di calciare una sfera.

Nei campi senza porte il problema maggiore era costituito dall’arbitrarietà dell’altezza della traversa, in genere stabilita col parametro “una spanna sopra il punto fin dove il portiere riesce a saltare”. Ogni volta che la palla passava sopra il portiere il gioco si interrompeva parecchi minuti per decidere se la palla fosse passata o meno sotto la traversa. In questi casi, il portiere perfetto era ciccione, basso e senza alcuna capacità di elevazione, in grado cioè di coprire la larghezza dell’ipotetica porta e di abbassare la traversa all’inverosimile. Quando la disputa iniziava a diventare troppo lunga, serviva un giudice arbitro per dirimere la questione, e si chiedeva alla maestra, la quale non aveva visto niente e decretava quasi sempre la rete, specie se gliela andava a chiedere un bimbo bravo. Ricordo con sgomento una volta in cui la palla era passata piuttosto vicino alla traversa immaginaria: in questi casi, per evitare la lite, conveniva gridare per primi se era rete o no, e poi vedere gli sviluppi. Salomonicamente, gridai “traversa piena!”, e tutti mi guardarono come la gente dell’epoca guardava Galileo. I compagni di gioco, stupiti, si dissero d’accordo e convennero che la soluzione adeguata sarebbe stata quella di simulare il rimbalzo sulla traversa; uno si mise in groppa ad un altro e da lì sparò la palla dal petto verso l’esterno, poi scese e ricominciò a giocare.

Un’altra situazione temibile, una tegola psicologica che poteva abbattere una squadra, era il verificarsi delle condizioni di “troppo vicino, troppo forte”, in virtù delle quali un gol esteticamente pregevole poteva essere annullato su basi etiche. In questi casi era il portiere ad avere voce in capitolo: nel caso in cui ritenesse le proprie possibilità di intervento annullate dalla vicinanza o dalla potenza del tiro, faceva ricorso, e si ricominciava con un rinvio. A nulla valevano le proteste del marcatore che spesso, per ripicca, si sedeva su un muretto a mugugnare, dicendo “io con voi non ci gioco più, che mi annullate tutti i gol”. In rari casi, prevaleva il carisma dell’attaccante e il gol veniva ugualmente convalidato: in queste situazioni di solito era il portiere a sedersi sullo stesso muretto dicendo “io con voi non ci gioco più, che tirate forte e non me le fate parare”.

Sul campo centrale, quello con le porte, vigevano regole approssimative rispetto a quelle del football, ma rigidissime nella loro struttura. La regola numero uno era che il portiere doveva avere i guanti, di qualsiasi tipo, ma guanti. Non era raro vedere portieri improvvisati giocare con guanti di lana, o da sci, fino a metà giugno. I guanti non erano solo da regolamento, ma si credeva conferissero dei poteri a chi li portava, una sorta di protezione contro i gol, rendendo la porta decisamente più sicura. Talvolta il portiere era chi, quel giorno, aveva i guanti. La seconda regola era sulle linee, che non erano segnate: per lati esterni ci si basava su elementi ambientali, dal momento che erano delimitati da due filari di alberi giganti le cui radici hanno stroncato più carriere di Pasquale Bruno. Per le linee di fondo aiutavano le porte, ma l’ultima parola spettava al portiere o a un segnalinee, in genere uno che era malato o una ragazzina innamorata di qualche giocatore e obbligata a rendersi utile. La regola tre era che si giocava due sezioni per parte, che le squadre potevano essere composte da non più di venti giocatori e che nel caso una squadra avesse un giocatore in meno poteva usufruire del portiere volante. Ciò significava che era concesso all’estremo difensore di potersi allontanare a suo piacimento dall’area, mentre l’altro non poteva uscire nemmeno con l’alluce. Questo, in genere, portava un ulteriore vantaggio alla squadra in sovrannumero, perché lontano dall’area veniva meno il potere dei guanti e il portiere cadeva vittima di errori grossolani lasciando dietro di sé la porta tristemente incustodita. Prima del fischio d’inizio, l’urlo stentoreo del leader, “via!”, era d’uopo accordarsi sull’applicazione o meno della “regola del portiere”, quella che non permette all’estremo di raccogliere con le mani un retropassaggio volontario.

Dopo il fischio d’inizio si levava una nube di polvere, e le maestre, dal loro terrazzo panoramico, non potevano sapere cosa stesse succedendo sul campo. Finché le squadre non si chetavano un po’, non c’era possibilità di vedere dove fosse il pallone e sovente i componenti di una fazione si ritrovano nella metacampo avversaria, e viceversa, mentre la sfera era ancora sul cerchio di centrocampo. A questo punto il capitano della squadra, quello che “fa calcio”, invitava i colleghi a organizzarsi e a muoversi con più raziocinio, con una frase sempre uguale, che in sé riassumeva tutte le sue nozioni di tattica: “Oh, non correte tutti dietro al pallone!”. Non era chiaro dove bisognasse stare, perso l’unico punto di riferimento, così ci si spargeva per il campo, confondendo calcio e Risiko, conquistando zone del campo inutili e sconosciute come la Kamchatcka. I giocatori migliori erano in grado di attraversare il campo, palla al piede, senza perdere nemmeno un contrasto, tranne nel caso in cui si parasse di fronte a loro un ripetente o uno di quelli già piuttosto cresciuti, che si disinteressava del pallone e abbatteva subito l’avversario, non tanto con l’intento di fermarlo quanto piuttosto con l’intenzione di fargli il più male possibile. La non sussistenza della regola dell’off-side, regola chiara solo ai bambini dotati di un’intelligenza più vivace, sparuti e spesso non interessati al ludo piedatorio, era alla base del ruolo di “uccello da rapina”, il superattacante che non serve assolutamente a nulla se non a toccare una palla che stava già andando in rete, fregiandosi poi della marcatura ed esultando in maniera assolutamente non consona. Ne ricordo uno che passava la partita appoggiato sul palo a chiacchierare col portiere avversario, e poi, quando la palla transitava nella sua zona, la toccava di punta quel tanto che si sentisse un rumorino. Appena la palla varcava la linea di porta, correva per il campo emettendo grugniti di giubilo e agitando la maglietta. Il portiere raccoglieva la palla e nella maggior parte dei casi insultava il marcatore, poi se la prendeva con un difensore gridandogli: “Dovevi dirmelo che quello lì non stava con noi!”.

Tutti i giocatori, quale che fosse il campo su cui si erano immolati, rientravano alla spicciolata nell’edificio scolastico quando una bambina faceva il giro del cortile gridando: “Quar-ta-cì-in-classe”, o “Quin-ta-dì-in-classe”, e via così. Rientravano, ma le vesti lacerate, le ginocchia coperte da arcipelaghi di croste o meglio ancora insanguinate, la polvere depositata su tutto il corpo, parlavano per loro: avevano giocato.

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